“Piccole cause, grandi effetti”, diceva una volta il nostro professore di Storia al Liceo, per farci comprendere come a volte, anzi spesso, piccoli eventi casuali, apparentemente insignificanti, sono divenuti invece responsabili di grandi eventi assolutamente imprevedibili e imprevisti e che hanno modificato il corso della storia.

Lo stesso, credo, ognuno di noi lo possa verificare nella propria vita personale, nella propria personale biografia, quando un incontro fortuito, un imprevisto ritardo che ci ha contrariato sul momento, si è invece, a posteriori, trasformato in un evento chiave della nostra esistenza che sarebbe andata certamente in un’altra direzione, se non avessimo perso quel treno, se quel giorno passeggiando senza metà, fossimo andati a destra invece che a sinistra, o viceversa.

Lessi una volta che una psichiatra dissidente, in pieno regime sovietico, nei lunghi anni di carcere in isolamento, senza possibilità di leggere o scrivere e neppure di parlare con anima viva, era riuscita a sopravvivere immaginando tutte le “vite” diverse che avrebbe potuto avere, se quel l’incontro fortuito non ci fosse stato, se quel tram non fosse passato in quel momento, se quel giorno non avesse dimenticato le chiavi di casa.

Io personalmente sono affascinato da questa lettura della vita legata alla casualità, se la interpretiamo in termini semplici, altrimenti a un finalismo nascosto e sconosciuto a noi stessi, se invece la interpretiamo nel senso di un disegno occulto e solo a tratti e in queste circostanze intuibile.

Anche io spesso, pur senza essere in carcere, per fortuna, mi lascio andare a queste fantasticherie da pomeriggio di Estate.

E per non annoiare oltre con queste “apparenti” divagazioni entrò nel pieno del racconto.

Ho smesso volontariamente di vedere la televisione, che aveva allietato la mia infanzia e adolescenza poco dopo l’Esame di Maturità quando, avendo conseguito una maggiore autonomia esistenziale e di spostamento, la sera, prima dedicata allo svago televisivo, veniva impegnata, dopo aver studiato, nella frequentazione del gruppo di amici storici, con i quali ci si avventurava in interminabili discussioni sui più disparati temi di politica, religione, scienze occulte, mai sport o amenità e leggerezze simili.

Erano i tempi del “Rischia tutto” con Mike Bongiorno e Sabina Ciuffini, che tenevano incollati i “grandi” allo schermo televisivo, ma mai ci avrebbero fatto rinunciare ai nostri interminabili esercizi dialettici.

Mi preclusi quindi volontariamente la possibilità di assistere allo storico passaggio dalla televisione in bianco e nero a quella a colori, che tanto entusiasmò i miei genitori.

Non sentivo, sinceramente la mancanza della televisione, sostituita dalla meno impegnativa radio e così, tutto sarebbe continuato fino ad ora, se un evento fortunatamente fortuito, non avesse impresso alla mia vita un passo diverso.

Nel lontano 1982, dopo aver a Luglio conseguito la tanto sospirata Specializzazione in Psichiatria, decisi che era venuto il momento di imporre alla mia vita una svolta decisiva e vincendo le ultime resistenze della mia timidezza e desiderio di non apparire, sentii impellente la necessità di concedermi quello che era stato sempre un mio sogno nel cassetto, mai prima realizzato: sostituire la cravatta lunga che quotidianamente indossavo sotto la giacca, con una più esuberante, anacronistica e appariscente “cravatta a farfalla” altrimenti detta, alla francese, “papillon”.

Naturalmente esclusi subito con sdegno la più facile e confortevole ipotesi di papillon con il nodo già fatto e con annesso elastico, apparendomi essa di pessimo gusto e orientai la mia scelta, da allora definitiva, verso papillon da annodarsi a mano, come qualsiasi altra cravatta che si rispetti.

Ricordo ancora il sabato pomeriggio in cui mi recai per la prima volta, trepidante nel negozio che da allora e per sempre sarebbe divenuto il mio fornitore privilegiato di tale articolo, fino a quando, alcuni, pochi anni addietro, il proprietario, divenuto nel frattempo mio caro amico, mi annunciò, non senza costernazione che si vedeva costretto a rinunciare alla vendita di tale articolo, non essendo più ricercato se non da me.

Lo vissi come un tradimento e piansi, consolandomi solo la constatazione che pur perdendo la persona cui era legato il rifornimento dei miei indispensabili papillon, avevo pur tuttavia guadagnato un amico.

Ma per tornare a quel primo giorno e a quel mio primo papillon che tuttora gelosamente conservo, ricordo che tornai a casa emozionato e felice e trascorsi tutta la serata, fino a tarda ora, davanti allo specchio, provando e riprovando ad annodare il nodo della nuova cravatta a farfalla di cui mi ero dotato.

L’impresa si rivelò subito estremamente difficile e defatigante e avrei francamente desistito se non fossi stato mosso dalla caparbia determinazione di arrivare alla meta agognata e coronare così finalmente il mio sogno nutrito da anni.

Finalmente dopo moltissimi tentativi infruttuosi, quando ormai ero sul punto di darmi per vinto, inaspettatamente un meraviglioso fiocco comparve davanti ai miei occhi e al collo. Piansi dalla commozione e per l’emozione e per un po’ non riuscii a staccarmi dalla contemplazione di quella nuova immagine di me stesso che lo specchio mi restituiva.

Da quel momento fantastico e di grande eccitazione e fino ad ora che scrivo queste righe, non ho mai usato o indossato più una cravatta lunga votandomi definitivamente e indissolubilmente al papillon e per non correre rischi di nostalgie o ripensamenti tardivi, il giorno appresso regalai tutte le mie cravatte lunghe a mio padre che ne rimase oltremodo felice.

Non bastandomi naturalmente un unico papillon, dovendo essere rigidamente rispettata la legge secondo cui ogni giorno si debba indossare una cravatta diversa, il lunedì successivo mi recai dal mio nuovo amico e mi fornii di un cospicuo numero di nuovi papillon che sarebbero stati i primi protagonisti di una lunghissima lista che ancora si allunga incessantemente pur senza più il contributo del mio amico che mi fece da battistrada e da mentore.

Ma cosa c’entra tutto questo, si chiederanno i miei stanchi e annoiati lettori, con la televisione?

È presto detto; quando la mia vita sembrava ormai avviata verso una tranquilla continuità della professione di psichiatra e i papillon ormai erano diventati parte integrante di essa, un giorno della famosa calda Estate del 2003, ricevetti inaspettatamente una telefonata del mio amico fornitore di papillon, che mi annunciava, non un nuovo arrivo di papillon per la prossima stagione autunnale, ma piuttosto una prossima telefonata della RAI per propormi una collaborazione.

Il mistero fu presto e decisamente svelato, quando egli stesso mi raccontò come si erano svolti i fatti e cosa mai Lui c’entrasse con la RAI.

La Sua nuova compagna, con la quale da poco conviveva, lavorava nella redazione di Paolo Bonolis al quale era stata da poco affidata la conduzione di “Domenica in” per quell’anno.

Avendo in animo Bonolis, di inserire nella squadra del programma uno psicologo o uno psichiatra, come già era avvenuto nella stagione precedente per il programma domenicale concorrente (gli operatori della psiche erano in quegli anni molto di moda in televisione) ed essendosi esaurito il numero dei volti conosciuti, aveva incaricato i membri della sua redazione di scovare un volto nuovo.

Lei, non sapendo nulla di me, ne parlò casualmente col suo compagno, mio amico e da questo ne nacque una convocazione in RAI da parte di Bonolis.

Il resto è semplice: un rapido colloquio con Bonolis e i Suoi autori, ai quali mi presentai, naturalmente con il più bel papillon che avessi… e grazie a questo fui preso a bordo.

É stata un’esperienza entusiasmante e che ricorderò sempre, per tutta la vita, con immenso piacere.

Nove mesi in cui il sabato e la domenica venivo catapultato in un mondo completamente diverso dal mio abituale, nel quale rientravo il lunedì successivo e fino al prossimo sabato. Ho conosciuto tantissime persone e con molte di queste si è stabilita una bellissima amicizia che si è consolidata nel tempo e che tuttora continua e si accresce.

Terminata “Domenica in”, credevo, con sincero dispiacere, che la fugace ma intensissima esperienza televisiva si fosse conclusa e invece, nella stagione successiva, ho partecipato, sempre per merito dei miei papillon, alla trasmissione pomeridiana e quotidiana “Al posto tuo” condotta da Paola Perego e nell’anno ancora successivo alla stessa trasmissione condotta da Lorena Bianchetti.

Si sono succeduti poi altri impegni televisivi e radiofonici sui quali sarebbe noioso per chi mi legge dilungarmi, per giungere alla partecipazione, l’anno scorso e anche quest’anno, sempre come “esperto” alla trasmissione pomeridiana di RAI 1 “Verdetto finale” condotta da Veronica Maya.

Fermo rimanendo il piacere e la soddisfazione tratta da tutta l’esperienza televisiva precedente, posso sinceramente affermare che questa è la trasmissione nella quale mi sono fino ad ora sentito più a mio agio e nella quale ho potuto esplicare appieno il mio ruolo e la mia funzione di psichiatra, con mia personale grande soddisfazione e spero e mi auguro anche altrui.

 

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