Matrimonio

 

 

“Facevano l’amore da quando avevano entrambi quindici anni, Antonia ed Ernesto, ma a quei tempi, “fare l’amore” aveva un significato ben diverso da quello che ha adesso; “fare l’amore” voleva semplicemente dire, rubare qualche minuto, di soppiatto alla attenzione dei genitori, sfuggire per un tempo brevissimo allo sfiancante lavoro nei campi, nascondersi dietro un covone di fieno e, ancora con il cuore in gola per la corsa, per la paura e per la gioia di trovarsi assieme, guardarsi negli occhi l’un l’altro, stringendosi la mano e dirsi in silenzio tante cose.

“Fare l’amore” significava pensare a Lui, o a Lei, ogni minuto del giorno e della notte dimenticando se stessi; non desiderare null’altro, nulla di più che vedere, anche solamente per un attimo, l’altra persona; essere felici fino all’inverosimile per un sorriso, per una carezza, per un timido bacio sulla guancia, scambiato furtivamente e sprofondare in un baratro di disperazione, scendere all’Inferno, per uno sguardo imbronciato, per una parola detta male e fraintesa; per un appuntamento mancato.

“Fare l’amore” significava l’accordo segreto, la promessa scambiata reciprocamente, di pensarsi sempre, ogni sera, al tramonto del sole, e lasciare che le due anime, finalmente libere, si incontrassero e si amassero lassù, in cielo, timidamente nascoste dalle nuvole, prestatesi a protezione.

“Fare l’amore”, ai tempi di Antonia ed Ernesto, aveva un significato ben diverso da quello che ha ora. Ma Antonia ed Ernesto non riuscirono a “fare l’amore” come si fa adesso; non ebbero tempo.

Era la primavera del 1915 ed Ernesto ricevette improvvisamente ed inaspettatamente una cartolina gialla, come tante altre; come le tante altre che ricevettero tanti giovani come lui. Ernesto non sapeva leggere, ma capì subito cosa vi era scritto; e vi era scritta una cosa brutta, triste, dolorosa, per tutti, ma ancora più dolorosa e triste per Antonia e per lui che avevano deciso di sposarsi in estate.

Il parroco del paese, che invece sapeva leggere e scrivere, guardò la cartolina e con aria afflitta disse ad Antonia che non vi era tempo per sposare Ernesto; egli doveva partire subito, era stato richiamato per andare soldato; per andare in guerra.

Ernesto partì quella sera stessa, su un treno pieno di tanti giovani come lui, poco più che ragazzi, un treno che andava verso il nord, ma nessuno sapeva precisamente dove; un treno che si chiamava con un nome nuovo, mai sentito prima: tradotta.

Gli altri ragazzi avevano con sé tante persone venute ad accompagnarli, a salutarli, a dirgli addio: padri, madri, fratelli, sorelle, fidanzate.

Ernesto non aveva nessuno; nessuno era venuto a salutarlo. Solamente quando il treno era sul punto di partire, i carabinieri avevano già chiuso le porte dei vagoni ed il capostazione con il lungo, stridulo sibilo del fischio aveva già dato il segnale di partenza, Ernesto, affacciato al finestrino, vide comparire Antonia che correva con le braccia alzate, lungo la banchina e lo chiamava a gran voce.

Solo all’ultimo momento con uno stratagemma Antonia era riuscita ad allontanarsi per un attimo da casa e correre alla stazione. Non ebbero tempo di abbracciarsi, Antonia ed Ernesto, non ebbero tempo di scambiarsi un bacio; anche solamente sulla guancia.

Ma Ernesto ebbe tempo, quando il treno già si muoveva, di urlare ad Antonia: “Prepara l’abito, quando torno alla prima licenza, ti sposo, tieniti pronta”. Il treno prese velocità e sparì, e con esso Ernesto.

Ma Antonia aveva avuto il tempo di sentire bene le parole di Ernesto e si tenne pronta; preparò in fretta un semplicissimo abito da sposa, di nascosto dei genitori, e lo chiuse in una cassapanca. Aspettò.

Quell’ abito semplice, e preparato in fretta, dalla cassapanca non uscì mai.

Ernesto non tornò più.

Un giorno, freddo e piovoso, che Antonia non avrebbe mai più dimenticato, il parroco del paese la chiamò e con aria burbera per non piangere, ma il viso triste, le disse semplicemente che Ernesto era morto sul Carso ed ora riposava lì, per sempre.

Antonia non pianse, non disse nulla a nessuno, perché nessuno sapeva che “lei faceva l’amore con Ernesto”.

L’abito dal sposa, rimase sempre chiuso nella cassapanca.

Ogni tanto Antonia la apriva, passava la mano sul bianco dell’abito, lo accarezzava e pensava ad Ernesto, lassù sul Carso.

Un giorno, però, di tanti anni fa, Antonia indossò quell’abito bianco; era il tramonto, era sola in casa, i suoi genitori erano ancora nei campi; trasse fuori, con delicatezza l’abito dalla cassapanca, lo mise indosso con cura; aggiustò davanti allo specchio, nella camera dei suoi, il velo sul capo e al tramonto, come ogni giorno di tanti prima, pensò ad Ernesto e lasciò la propria anima libera di volare in cielo ed incontrarsi lassù, dietro il riparo delle nuvole, con quella di Ernesto.

Le due anime si amarono.

Da quel giorno Antonia si considerò una vedova di guerra; come le altre.

Da quel giorno l’abito bianco da sposa, non è più uscito dalla cassapanca.

 

Da “Appunti e Storie della Prima Guerra Mondiale”, raccolti e riordinati da Domenico Mazzullo

 

 

Lascia un commento