Mario_TobinoSe nella vita ci fosse dato in sorte, da bambini, o al massimo da adolescenti, di poter gettare, per un attimo, lo sguardo nel nostro futuro e vedere noi stessi da adulti, in qualche momento della nostra esistenza futura, anche solo per una piccola, ma significativa scena della nostra recita sul palcoscenico della vita, della nostra commedia esistenziale, allora forse molti di noi rinuncerebbero a vivere, forse molti di noi si ritirerebbero dalla rappresentazione, ma alcuni tra noi, me compreso, per i quali l’infanzia e l’adolescenza non è stata per nulla entusiasmante, forse avrebbero vissuto e sopportato un poco più leggermente e di buon grado il peso di quelle età ingrate e sofferte, a dispetto di quanto i luoghi comuni recitano, sulla felice innocenza della infanzia e sulla gioiosa spensieratezza della adolescenza.

Se durante un compito in classe, davanti al foglio incomprensibile della versione di latino, o greco, o ad una interrogazione alla lavagna, davanti allo sguardo imperturbabile ed impenetrabile della professoressa di Matematica e di fronte ad una formula astrusa, dalla quale si sarebbe dovuto cavare un risultato, chiaro ed evidente per tutti, meno che per me, avessi avuto come per miracolo, l’intuizione che tutto questo un giorno sarebbe finito, forse lo sgomento, il terrore, il senso drammatico di solitudine, il sentimento di inadeguatezza e di incolmabile insufficienza, la disperazione di quanto si ritiene senza fine, sarebbe stato, non certo abolito, ma in qualche modo sopportato un poco meglio.

Se, nei lunghi anni degli studi universitari di Medicina, se davanti agli esami difficili e che richiedevano una lunga e penosa preparazione,  se quando per due anni ho abbandonato gli studi per una severa depressione e già pensavo che mai più sarei riuscito a laurearmi, se quando per due anni ho fatto il vigile urbano a Roma, avendo rinunciato a essere medico, avessi avuto intuizione che tutto ciò sarebbe finito e si sarebbe felicemente risolto, avrei vissuto certamente in maniera meno disperante quegli anni.

Se, quando, nei primi anni settanta, studente di Medicina alle prime armi, e avendo già deciso di voler essere psichiatra, alla ricerca di una figura di riferimento, di un modello da seguire, di un ideale da prendere ad esempio, in un clima di totale smarrimento, quando mi nutrivo di letture che avessero come argomento la follia e come protagonista, o autore uno psichiatra, se in quegli anni di ricerca di una identità, avessi avuto modo di proiettarmi, anche per un solo attimo, in un remoto futuro, per mezzo di una fantascientifica macchina del tempo e precisamente in un lontanissimo 19 Gennaio 2009 e mi fossi visto, solo, sul palcoscenico del meraviglioso Teatro comunale di Lucca, davanti ad un pubblico di più di ottocento persone che riempivano la platea e i palchi del teatro, fino al loggione, commemorare la figura, il personaggio e l’Opera di un Loro concittadino, Mario Tobino, psichiatra e scrittore, non avrei mai creduto ai miei occhi, e avrei pensato ad un tragico errore della fantasia, ad un drammatico equivoco, ad uno scherzo crudele.

Ma come, proprio io? Chiamato a commemorare Mario Tobino? Lo psichiatra e scrittore Che, da quando Lo avevo scoperto attraverso le Sue opere più famose, “Le libere donne di Magliano” e “Per le antiche scale”, a Sua insaputa, Lo avevo eletto e assurto al ruolo di mentore e maestro, di figura di riferimento, di modello da imitare e cui ispirarmi idealmente e affettivamente, di esempio da seguire?

Finalmente, allora, avevo trovato una figura vera e reale cui ispirarmi e riferirmi, anche se irraggiungibile, pur se conosciuta solamente attraverso i Suoi libri, i Suoi romanzi, le Sue poesie, i Suoi racconti e qualche intervista e fotografia che avevo ricavato dai giornali. I tempi di Internet erano ancora disperatamente lontani e non ci si poteva documentare, come ora, attraverso “la rete”, che ancora non esisteva.

Mario Tobino, nato a Viareggio nel 1910 ma vissuto per la maggior parte della Sua vita a Lucca, o meglio a Maggiano, località vicinissima alla città e sede del manicomio da Lui stesso diretto, Lucca, città che Lo ricompensò per il Suo amore e la Sua fedeltà conferendogli nel 1987 la cittadinanza onoraria, si spense nel 1991 ad Agrigento, patria di Luigi Pirandello, ove si era recato per ritirare il premio al Commediografo palermitano intitolato.

E la stessa città di Lucca volle commemorare, ad un anno dalla morte, la Sua memoria ponendo nello stesso Manicomio, all’interno di questo, sul muro di Casa Medici, ove Mario Tobino aveva vissuto sempre, anche dopo il pensionamento, occupando due “stanzette” adibite ad abitazione, una lapide, con inciso il migliore, il più onorevole, il più commovente tributo, che mai Gli si sarebbe potuto dedicare, una frase tratta dal Suo capolavoro, il primo Suo libro che ebbi il piacere e l’onore di leggere, “Le libere donne di Magliano”: “La mia vita è qui, nel Manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe e tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del Manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento sono ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato,universale parlare”.

Poche, semplici, ordinate, straordinarie parole che ci illuminano in un attimo, con lucidissima precisione e commovente emotività, sull’animo, la semplicità, la chiarezza intellettuale, il sentimento di Mario Tobino, Che ha avuto nella Sua vita un solo, unico scopo: la cura e l’amore per i Suoi malati, quello che dovrebbe essere l’unico, o il supremo e principale scopo di ogni medico.

E quell’unico, supremo scopo, Mario Tobino continua a perseguirlo anche ora, anche dopo la Sua morte fisica, ma non morale, attraverso i Suoi libri, i Suoi scritti, tutti insieme, che trattino essi di Manicomio e malati, di guerra in Libia, di lotta partigiana, di amore, di Dante Alighieri, di fascismo, di ricordi autobiografici.

E l’anima di Mario Tobino era, secondo me, ma non solo secondo me, in quell’ormai lontano, ma vicinissimo nel ricordo e nella emozione, 19 Gennaio 2009, nel Teatro di Lucca, vicino a noi, vicino ai Suoi concittadini, vicino a me, vicino alla Sua città, ma soprattutto vicino ai Suoi malati, anche essi assieme a Lui presenti tra noi, che parlavamo di Lui e di Loro.

Mario Tobino, scrittore lo fu certamente, basta per questo scorrere la Sua bibliografia, ancor prima di diventare medico e poi psichiatra.

Psichiatra lo fu certamente e integralmente come lo attestano i quaranta anni trascorsi in Manicomio, alla direzione del Manicomio, vivendo nel Manicomio stesso, snodando lì, al suo interno, i giorni della Sua vita, della Sua esistenza.

Ma perché “coraggioso”, come recita il titolo che ho voluto dare a questo scritto?

Per rispondere a questo interrogativo, a questa domanda legittima e necessaria, dobbiamo fare un passo indietro e ripercorrere la vita di Tobino che si interseca, si inserisce nella vita e nella Storia della Psichiatria, soprattutto quella italiana.

Tobino si laurea, infatti, in Medicina, a Bologna nel 1936, subito dopo assolve il servizio militare negli Alpini. Congedato si specializza in Neurologia e Psichiatria ed inizia a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Ancona. Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene richiamato ed inviato sul fronte libico, ove rimane fino al 1942, quando ferito e invalido, viene rimpatriato.

Per inciso dall’esperienza di ufficiale medico in Libia nascono due libri bellissimi: “Il deserto della Libia” nel 1952 e “Il perduto amore” nel 1979.

Rientrato in Italia, inizia subito a lavorare come psichiatra nel Manicomio di Maggiano, ove rimarrà per sempre.

Qui Lo coglie lo 8 Settembre del 1943 e partecipa attivamente alla Resistenza contro il nazifascismo in Toscana.

Da questa esperienza nascerà, nel 1962, un Libro, unico nel Suo genere, che io proporrei come lettura storica nelle scuole: “Il Clandestino”. In esso Tobino descrive, con grandissimo acume, ma anche straordinaria obiettività e onestà intellettuale, il clima della guerra civile che vide italiani opporsi ad altri italiani, spesso nell’ambito delle stesse famiglie.

Obiettività ed onestà intellettuale tanto più evidente ed apprezzabile, se si tiene conto che Tobino. nel Suo privato, prese una posizione netta e precisa, attiva ed inconfondibile.

Finita la Guerra continuò ad occuparsi, sempre a Maggiano, dei Suoi malati e della Sua Letteratura.

Mi si perdonerà questa precisione cronologica nella vita di Mario Tobino, forse noiosa ma indispensabile, per rispondere alla domanda e comprendere il significato di “coraggioso”.

Mario Tobino ha avuto, infatti, la sorte, non posso dire la fortuna, di vivere, di partecipare, di essere testimone delle tre fondamentali epoche storiche che caratterizzano la Psichiatria e quella italiana nello specifico.

Gli anni della Laurea, della Specializzazione e del lungo dopoguerra, sono quelli in cui la Psichiatria è, salvo i contributi apportati dalla Psicoanalisi, ma in ambito specifico e non prettamente scientifico, sostanzialmente quella del secolo precedente, una Psichiatria manicomiale, nella quale agli psichiatri, vere Cenerentole della Medicina, in assenza di strumenti terapeutici validi ed efficaci, era riservato il compito di diagnosticare e descrivere le malattie mentali nelle loro caratteristiche e nella loro evoluzione e, ahimé, solo custodire i malati di tali gravi malattie, in ambienti adatti, i Manicomi, ove ci si potesse prendere cura di loro, evitando soprattutto che nocessero a se stessi, o agli altri. Di più non era dato fare, dalle conoscenze di allora.

Unico strumento veramente terapeutico, era il tanto famigerato Elettroshock, inventato a Roma da Cerletti e Bini e che, lungi dall’essere lo strumento di tortura che si vorrebbe far credere, e nonostante i moltissimi pregiudizi frutto di ignoranza, continua a salvare vite umane ed essere un valido mezzo terapeutico in situazioni specifiche, quando e dove lo si può ancora usare, ad esempio nei paesi anglosassoni e nella civilissima Europa, meno che in Italia, naturalmente, ove il pregiudizio regna sovrano.

Questa situazione di drammatico immobilismo e di impotenza terapeutica nei confronti della patologia psichica, fu interrotta, ebbe fine, quasi miracolosamente nel 1952, quando fu scoperto, per caso, il primo psicofarmaco, la Cloropromazina, attiva sui deliri, le allucinazioni, lo stato di grave agitazione della schizofrenia e di altre patologie psichiche altrettanto gravi e fino a quel momento totalmente incurabili.

Il 1952 annus mirabilis, segna lo spartiacque, la linea rossa di confine, tra una Psichiatria solo istituzionale e di custodia ed una Psichiatria finalmente terapeutica, che per la prima volta nella Sua storia, dispone, come le altre branche della Medicina, di farmaci, di medicine efficaci atte a curare le malattie psichiche fin qui lasciate, abbandonate alla loro naturale evoluzione.

A questo punto la strada era aperta e l’armamentario terapeutico degli psichiatri si arricchì ben presto, di altri farmaci analoghi al primo e con le stesse indicazioni terapeutiche, cui venne dato il nome di neurolettici.

Poco dopo anche il destino di altri malati psichici, altrettanto sofferenti nell’animo e nel corpo, sarebbe cambiato, con la sintesi di farmaci atti a curare e a guarire un’altra patologia altrettanto seria e causa di acuto e grave dolore: la depressione.

Non è retorica affermare che i farmaci antidepressivi restituirono il sorriso ai pazienti depressi, restituendoli alla vita e anche agli psichiatri che, per la prima volta avevano in mano uno strumento valido ed efficace per curare e guarire i pazienti depressi che loro si rivolgevano chiedendo aiuto, nei confronti dei quali nulla prima potevano, se non la umana vicinanza e comprensione.

Per ultimo furono sintetizzate, negli anni ’60, le benzodiazepine, sostanze dotate di una attività specificatamente ansiolitica e miorilassante.

L’uso terapeutico degli psicofarmaci, mutò radicalmente l’attività degli psichiatri, che non si risolveva più e non si riassumeva più, solamente, nella diagnosi e nella descrizione dei sintomi delle malattie, ma anche e finalmente nella cura di esse.

Ma ancor di più e maggiormente, l’avvento degli psicofarmaci e solamente quello, mutò radicalmente l’aspetto esteriore e interno dei luoghi di cura, dei Manicomi, prima solamente ambienti di custodia degli sfortunati malati, che una volta entrati in essi, raramente ne uscivano, ed ora finalmente e per la prima volta “ospedali” nel senso moderno del termine, ossia luoghi, ove le malattie vengono curate, nella migliore delle ipotesi anche guarite e dai quali si entra, ma anche si esce.

L’avvento degli psicofarmaci e solamente di quelli, lo ripeto senza spunti polemici, ma con forza e convinzione, permise la nascita di una nuova logica, di una nuova filosofia nei confronti della malattia mentale e quindi nella cura di questa, ma anche nella prassi di assistenza dei malati, che per la prima volta non erano più, come detto prima, solo custoditi perché non nocessero a se stessi e agli altri, ma anche curati e a volte guariti.

Scomparvero le gravissime crisi di agitazione dei malati più seri, distruttive ed autodistruttive, impressionanti per chi vi assisteva, contenute dai farmaci e non più da “strumenti di contenimento” non certo felici e gradevoli a vedersi, ma unico rimedio possibile per evitare danni peggiori, si risolvevano le crisi e i deliri melanconici nelle gravi depressioni endogene, si scioglievano i deliri dei pazienti schizofrenici e si allentavano le allucinazioni di questi, cominciarono a scomparire le dizioni macabre di “reparto agitati”, “reparto violenti”, le stanze con le pareti imbottite e tante altre immagini iconografiche, che purtroppo ancora sono lungi da scomparire nella immaginazione collettiva, ancora propensa ad identificare gli psichiatri come sadici torturatori di inconsapevoli vittime, piuttosto che medici come tutti gli altri, mossi dagli stessi intenti e animati dallo stesso desiderio di essere di aiuto, ma dedicatisi, per loro scelta e vocazione, alla cura di malattie fino a quel momento purtroppo incurabili e dall’aspetto e dalle manifestazioni inquietanti e spesso sconvolgenti.

Alcuni malati poterono essere dimessi ed affidati alle famiglie, altri, che in tempi precedenti avrebbero necessitato di un ricovero, ora potevano essere curati in casa e, parallelamente al mutare della malattia e delle possibilità terapeutiche nei confronti di questa, cominciarono a mutare le logiche terapeutiche ed assistenziali nei confronti dei malati stessi e così anche l’organizzazione interna degli ospedali psichiatrici, alias Manicomi, che certamente avrebbero avuto una loro naturale e logica, serena evoluzione, come è avvenuto in tutti gli altri paesi, se in Italia, e solo in essa, non si fosse sviluppata ed instaurata una vera e propria “rivoluzione psichiatrica”, che nulla ha da invidiare alla meglio nota “Rivoluzione Francese,” almeno per quanto riguarda il “Terrore” e le vittime innocenti che esso fece, per quanto concerne il dominio ed il deleterio prevalere della irrazionalità e delle spinte emotive, del più bieco fanatismo sul controllo ed autocontrollo razionale, che invece sempre dovrebbe prevalere, quando si compiono scelte importanti e dalle grandi conseguenze.

Nacque alla fine degli anni ’60, inserito nel contesto del non autoctono e importato ’68, il cosiddetto movimento della “antipsichiatria”, una ideologia politica e come tale non certamente scientifica, che partendo dall’assurdo presupposto che la malattia mentale non esiste, ma è il prodotto delle distorsioni e della crudeltà della società capitalistica, che i “matti” sono le vittime di questa società responsabile di aver inventato i manicomi per rinchiudere ed escludere i dissidenti, giunge inevitabilmente e conseguentemente alla pretesa e alla volontà di chiudere i manicomi e di “liberare i matti” in essi rinchiusi e prigionieri.

Va da sé che gli psichiatri sono considerati degli aguzzini torturatori, servi del potere, le loro diagnosi, una etichetta equivalente ad una condanna e l’ospedale psichiatrico un infame strumento di esclusione dei dissidenti dalla società capitalistica, prima responsabile dei loro disturbi.

Tale assurda tesi, risulterebbe però meno assurda, se fosse stata sostenuta e alimentata da un politico imbevuto di, ideologie rivoluzionarie e destrutturanti, ma non, come invece è avvenuto, da uno psichiatra, Franco Basaglia, da un medico psichiatra che per definizione dovrebbe aver studiato e conosciuto la malattia mentale nella sua essenza e nella sua esistenza, uno psichiatra che era a quotidiano contatto con i malati psichici ricoverati negli ospedali psichiatrici che dirigeva, di Gorizia e di Trieste, città che divennero le capitali rivoluzionarie della antipsichiatria.

Lo psichiatra Franco Basaglia divenne il campione, il paladino della antipsichiatria, ma con questo abiurò al suo essere medico e psichiatra, trasformandosi in uomo politico d’assalto, portatore e sostenitore di una ideologia fanatica e destituita di ogni sostenibilità scientifica, ma che, come ogni fanatismo, trovò una larga schiera di seguaci e sostenitori.

Purtroppo, quando la Medicina, perde il linguaggio obiettivo e scientifico che Le è congeniale ed assume il linguaggio politico, cessa immediatamente di essere Scienza e si trasforma in ideologia, religione, fede, sostantivi rispettabilissimi in sé, ma ben distanti e lontani da ciò che universalmente viene chiamata obbiettività scientifica.

E come sempre, purtroppo, avviene in natura, quando si intraprende una strada in discesa, la velocità aumenta col procedere, analogamente tesi scellerate, ma che corrispondono ai sentimenti e alle emozioni del momento e allo spirito del tempo, con il procedere in avanti, superano spesso addirittura le iniziali intenzioni di chi le ha per primo sostenute, vivono di vita propria e travolgono con forza dirompente e distruttiva, irrazionale, chi con lungimiranza loro si oppone intuendone il pericolo e la forza destrutturante. La Storia purtroppo insegna, ma gli uomini non imparano.

E’ quanto accadde negli anni ‘70 con il movimento della antipsichiatria, che capeggiato da Franco Basaglia, trasformatosi da psichiatra in tribuno del popolo, con un ampio seguito di consensi e conforme allo spirito del momento in cui la parola d’ordine era “vietato vietare”, condusse alla promulgazione, in tutta fretta e senza per nulla preoccuparsi delle conseguenze, di una Legge, la Legge 180, o meglio conosciuta come Legge Basaglia, che sanciva, in poche parole, la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici e la dimissione dei malati in essi ricoverati.

Ricorderò sempre il titolo di un giornale straniero che così commentava il provvedimento:” L’Italia ha guarito definitivamente la malattia mentale, per cui gli ospedali psichiatrici, divenuti inutili, vengono chiusi”

In realtà la malattia mentale non era per nulla guarita, ma continuava ad esistere come esiste tutt’ora. Semplicemente, e con un tratto di penna, venivano chiusi gli ospedali, ove essa era curata e dove gli ammalati trovavano ricovero, mettendoli fuori, abbandonandoli a se stessi, alle loro famiglie, al loro destino.

Gli ospedali psichiatrici venivano sostituiti da …niente, o quasi niente.

In un colloquio trascritto e documentato Basaglia dice:”…mi è stato chiesto:”I matti escono dai manicomi, bene, ma chi è che li prende in carico?” Io ho risposto:”Senta Lei è una donna,appartiene al movimento di liberazione della donna, quando la donna si è liberata chi è che la prende in carico?”.

Queste parole che sintetizzano meravigliosamente lo spirito e gli stati d’animo del momento, rendono ragione della assurdità e della utopia di pensiero di uno psichiatra, che imbevuto di ideologia, piuttosto che di Scienza e Coscienza, forse agiva ancora in buona fede, avendo però smarrito la strada del corretto ragionamento clinico, e forse non solo clinico.

Non altrettanta buona fede mostrarono e dimostrarono i suoi colleghi e seguaci, che pur rendendosi conto delle assurdità e delle pericolosità di tale fanatismo, lo seguirono e lo assecondarono proni e sottomessi, traendone utili personali.

Non altrettanta buona fede mostrarono i politici, che assecondando e divenendo promotori di una concezione falsamente rivoluzionaria e libertaria, videro in essa una occasione di un considerevolissimo vantaggio economico, liberandosi tout-court di una spesa gravosa e impegnativa, quella del mantenimento degli ospedali psichiatrici, sollevandosi in un attimo della assistenza a pazienti difficili ed impegnativi, che ricascò totalmente sulle famiglie, creando non pochi drammi.

Gli unici che furono felici e soddisfatti, accanto ai promotori, furono i proprietari di strutture assistenziali private e spesso convenzionate con la Sanità pubblica.

A distanza di trenta anni dalla promulgazione della legge e dalla chiusura de iure degli ospedali psichiatrici pubblici, essi non sono affatto scomparsi, ma “usciti dalla porta, sono rientrati dalla finestra”, come si suol dire, semplicemente hanno cambiato nome e aspetto.

Sono proliferate, infatti, a dismisura le strutture private e convenzionate, che sotto vari nomi e dizioni di strutture di riabilitazione psichica, di istituti per disabili, ecc. sono dei veri e propri mini-ospedali psichiatrici, ove sono ricoverati “volontariamente”, pazienti psichiatrici, incapaci di provvedere a se stessi, o che le famiglie non possono sostenere.

Tali strutture, private, ricevono dalla Sanità pubblica appaltatrice, un congruo emolumento per le cure fornite, previo un “controllo” dei servizi realmente erogati.

Pur non volendo minimamente mettere in dubbio la onestà e la limpidezza di questi privati, mi chiedo, se fosse logico e intelligente sopprimere strutture già esistenti e funzionanti, per spezzettare, occultamente e subdolamente, la assistenza di questi malati così difficili e problematici, in tante ministrutture, poco controllabili e a fronte di una spesa enormemente superiore, senza tener minimamente conto dei gravissimi disagi e dei drammi personali cui si esponevano in primis i malati e le famiglie stesse.

Mario Tobino, ho detto prima, ebbe la sorte, ma non la fortuna, di essere protagonista e testimone di queste tre epoche della Psichiatria italiana, quella prefarmacologica, quella farmacologica e terapeutica e quella ahimé della antipsichiatria e della chiusura dei Manicomi.

La Sua partecipazione e testimonianza si evince e si riscontra mirabilmente nelle tre Opere, nella “trilogia” di libri nei quali Egli profuse e ci consegnò la Sua esperienza e la Sua esistenza di psichiatra: “Le libere donne di Magliano” del 1953, “Per le antiche scale” del 1971 con il quale vinse il premio Campiello e “Gli ultimi giorni di Magliano” del 1982.

Le date stesse di pubblicazione, oltre che naturalmente i contenuti, ci rendono ragione di come i tre libri siano la testimonianza e la memoria delle tre epoche della Psichiatria attraverso le quali Mario Tobino visse e operò, condusse la propria esistenza, che ebbe come unico, precipuo scopo, quello di essere vicino, al fianco dei propri malati, come “padre, fratello maggiore, nonno…stare continuamente con i malati, frequentarli come amici, imparare il loro linguaggio, immedesimarsi, amarli, anche loro creature umane”, ma anche vicino, al fianco della follia, mistero e protagonista, compagna fedele della Sua vita, “la follia è qui, angelo appollaiato sulla mia spalla a cantarmi le sue arie, la follia, una delle più profonde, meravigliose, misteriose manifestazioni umane”.

Nel primo dei tre, “Le libere donne di Magliano”, Tobino, seguendo un ordine, non cronologico ma quello dettato dal filo dei ricordi e delle emozioni, delle suggestioni personali, ci narra, ci descrive ci fa vivere dal di dentro, la vita del Manicomio e delle sue protagoniste femminili, le cui vicende umanissime e dolorose si intersecano e si intrecciano, sotto forma di frammenti narrativi, di memorie che tornano e si riaffacciano alla mente dell’Autore.

Dieci anni dopo Tobino stesso disse, a proposito del Suo libro: ”Scrissi questo libro per dimostrare che i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. Correvo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia”.

Il libro comincia con queste parole: ”Oggi è arrivata, proveniente da Firenze, una malata, una matta, giovane, fresca, alta, con lo stampo della salute fisica….è affetta da schizofrenia, quella malattia mentale che scompone la persona umana, rendendola senza senso e senza scopo”.

Di tono e contenuto diverso è il secondo, “Per le antiche scale” in cui, per bocca di un infermiere, Anselmo, si traccia e si delinea la vita del manicomio in quella delicata e complessa fase di passaggio, tre due concezioni della Psichiatria e quindi anche dei luoghi di cura ove essa si esercita, ossia il passaggio tra una Psichiatria ancora medica e tesa alla cura e se possibile alla guarigione della malattia, seppur mentale, e una Psichiatria che, rinunciando alle sue origini mediche e scientifiche, si riveste e si ammanta di ruoli sociologici e sociali, ideologici, che forse non le competono e che ne snaturano la essenza scientifica, come branca e specialità della Medicina.

Nella prima parte del libro, Anselmo ci parla della immagine e della esistenza del dottor Bonaccorsi, figura chiave e protagonista della vita nel Manicomio di Magliano, che aveva intrapreso il suo lavoro come una missione e che aveva conosciuto la follia direttamente, da alcune vicende familiari.

Non è difficile leggere, intravedere, nel dottor Bonaccorsi, Mario Tobino stesso.

Poi, narra sempre Anselmo, il Bonaccorsi muore e il manicomio cambia, a causa delle nuove idee sulla malattia mentale, secondo le quali la malattia mentale stessa, non è più considerata grave e meritevole di specifiche e particolari cure, ma piuttosto come una conseguenza di disagi sociali, di ingiustizie della società stessa e della violenza di questa sui più deboli. E’ evidente come la morte del dottor Bonaccorsi rappresenti la morte di una concezione della Psichiatria come scientifica e medica e la sostituzione di questa con una Psichiatria sempre più Sociologia.

Anselmo, nel suo racconto illustra il passaggio fra queste due diverse concezioni e si rammarica del “nuovo corso” assunto dalla Psichiatria.

In questo rammarico di Anselmo è racchiuso il prologo, l’anticipazione del terzo ed ultimo libro della trilogia, “Gli ultimi giorni di Magliano”, certamente il più triste e disperato tra i libri di Tobino.

E’ il 1982, la tragedia della Legge 180 e della chiusura dei manicomi si è già consumata e Mario Tobino ci racconta la Sua disperazione, il Suo dolore, il Suo rammarico, il Suo scoramento nel vedere i Suoi malati, i Suoi matti abbandonati a se stessi, “questi bambini senza più culla…. Molti malati, infatti, sono preoccupati, angosciati. Mi fermano per i viali, mi domandano: ”Ci manderanno via vero?”…Non volevo più scrivere di pazzi, ma come posso?…Mi diano pure del reazionario, servo del potere, ma la mia la debbo dire. E’ mio dovere.”.

E Mario Tobino, fedele a se stesso, il proprio dovere lo compie fino in fondo, fino all’ultimo e, d’altra parte, non avrebbe potuto fare altrimenti, fedele come è sempre stato agli ideali di Giuseppe Mazzini, Che del Dovere fece un principio ed una Legge.

Mario Tobino compie il proprio dovere, assumendo una posizione netta e precisa, chiara ed inequivocabile, unica e solitaria, ed è qui che si evince il significato di “coraggioso”, in esplicita, chiara, evidente, coraggiosa opposizione con l’ideologia corrente, con la follia della chiusura dei manicomi, con la assurdità di una Legge che chiudeva gli ospedali psichiatrici, senza sostituirli con strutture alternative, che esistevano solo sulla carta, ma non sono mai state realizzate, lasciando i pazienti abbandonati a se stessi e al loro destino. “Mi provocò dolore; bisognerebbe sapere quale è stato il prezzo, il numero dei morti dovuti a quella Legge. Ne sono morti a migliaia. Si sono trovati liberi e chi era malinconico e amava la morte, abbracciò la morte. Son lasciati liberi di avvicinarsi alla morte e in lei affondare.

Sembra che questi morti non siano veri. L’importante è che sia ucciso il manicomio. Gli umani non contano. Si impicchino, o rimangano in vita, a nessuno deve interessare. I novatori socialpsichiatrici di fronte all’elenco dei morti che si allunga, tranquilli, saputi, rispondono: – E’ il prezzo che si deve pagare -“.

Mario Tobino “coraggioso” perché solo.

In un lungo articolo, pubblicato sul quotidiano “La Nazione”, il più diffuso in Toscana, “Lasciateli in pace, è la loro casa”, Egli denunciò l’insensatezza della riforma, incapace di assicurare al malato “la carità continua che altro non è che il non perdere mai la pazienza, mai irritarsi, mai rimandare a dopo, ed essere ben consapevoli che mai avremo gratitudine da nessuno; al massimo, forse il lampo di uno sguardo”.

Solo, perché nessuno ebbe il coraggio di prendere posizione accanto a Lui, nessuno ebbe il coraggio di esprimere la propria opinione, nessun altro ebbe il coraggio di opporsi al nuovo corso imperante.

Solo Gli rispose “il capo dei novatori”, come lo chiamava Tobino, Franco Basaglia, ben ritto sul carro di trionfo, dalle colonne di “Paese Sera”: ”Tobino parla di carità continua e aspetto umano, ma quale significato reale hanno queste espressioni? Nessuno. Il discorso è politico…l’istituzione che vogliamo distruggere è il potere stesso…la Psichiatria è la scienza che serve il potere, per controllare la persona emarginata…si affida alla penna cecoviana di uno scrittore l’analisi di un ambiente che è, in realtà, l’ideologia dominante”.

Ho voluto riportare integralmente le parole di Tobino e di Basaglia, perchè il Lettore possa rendersi conto personalmente dello stile, dei contenuti e della diversa umanità dei due.

Ma il dramma di Tobino, ne “Gli ultimi giorni di Magliano”, non è solo il dramma collettivo dei Suoi malati senza più casa, ma anche un dramma personale, acuto e dolorosissimo.

Ancora una volta la vicenda personale, intima, di Tobino, si interseca e si lega a quella dei Suoi pazienti.

Gli ultimi giorni di Magliano, sono gli “ultimi”, non solo per Loro, ma anche per Lui, ormai settantenne e giunto al limite della Sua attività professionale. Deve andare in pensione. “Dovevo abbandonare Magliano, il manicomio…avrei forse potuto tornare come un ladro, di sfuggita. Non più Magliano parte di me, non più io di lui”.

Tutta qui la grandissima, profonda umanità di Mario Tobino, Che nella Sua grande modestia, non se ne attribuì il merito, ma lo donò alla Giovanna, alla donna che amò nella vita, confessando “che per Lei, per la Giovanna potei resistere per quaranta anni a non essere il solito psichiatra che fa la visita e fugge, ma invece io a abitare coi matti, viverci insieme, alzarsi la mattina e scorgerli alla finestra, essere la notte per addormentarsi e udire i loro richiami”.

Mi rendo conto solamente ora, però di aver parlato solo di Mario Tobino scrittore-psichiatra, avendo tralasciato le altre Sue Opere di argomento non psichiatrico, ma…lo spazio è tiranno e la pazienza dei lettori ha un limite.

Forse esse saranno argomento di un altro articolo.

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