nevalevalapenaQuando ero ragazzo e ascoltavo i discorsi dei “grandi”, rimanevo sempre colpito da una costatazione, che già allora mi faceva riflettere: i loro tempi passati, i tempi degli ora “grandi”, quando erano giovani, erano sempre, irrimediabilmente e nostalgicamente migliori di quelli attuali, di quelli nei quali eravamo giovani noi che ascoltavamo, con una certa malcelata accondiscendenza e sufficienza, per non parlare poi dei tempi della generazione ancora precedente, quella dei nostri nonni, che addirittura, nelle loro memorie lontane, rappresentavano quasi l’Eden.

Questa costatazione e affermazione, lungi dall’irritarmi e infastidirmi, mi appariva, malinconicamente patetica e segno e conseguenza dell’età che cominciava ad essere sufficientemente avanzata.

Ma ora, che tale età avanzata l’ho raggiunta anche io, mi scopro, non senza raccapriccio, non senza sgomento e terrore, che quella considerazione comincio a farla anche io, nei discorsi con i miei coetanei, nei dialoghi con i miei ex compagni di scuola, divenuti anche loro adulti e con i quali ancora sussiste l’abitudine dolce-amara di rivederci costantemente.

Allora, per non cedere completamente, per non arrendermi, senza l’onore delle armi, alla costatazione che il tempo è passato anche per noi, che anche noi siamo diventati “grandi”, che anche noi certamente veniamo guardati con sufficienza e, spero, dolce comprensione dai giovani, che anche noi, come gli anziani di allora, siamo diventati laudatores temporis acti, conformemente e coerentemente con la nostra età, allora, in un estremo conato di salvezza, mi chiedo, e non retoricamente: ”Il lodare e rimpiangere il tempo passato, come migliore del presente, è sempre ed ineludibilmente un appannaggio, una prerogativa della età anziana e matura, oppure, e non so se sperarlo, o temerlo, nel lento e graduale progredire della Umanità i tempi presenti sono sempre e obbiettivamente peggiori di quelli precedenti e quindi l’Umanità, lungi dall’evolvere, come orgogliosamente crede, invece involve progressivamente e progressivamente peggiora?”.

Sono spaventato, anche io stesso, da questa domanda, perché entrambe le risposte mi sgomentano, la prima egoisticamente, la seconda altruisticamente.

Se, infatti, è vera la prima ipotesi, allora mi avvio a diventare vecchio, se, viceversa è vera la seconda, allora è l’Umanità stessa a diventare vecchia e dopo la vecchiaia segue irrimediabilmente la morte.

In una società umana, nella quale i giovani non sono migliori dei grandi che li hanno preceduti, in una società umana, nella quale i giovani non sono pronti, desiderosi, ansiosi di prendere il “testimone” dalle mani di coloro i quali hanno già percorso il tratto di vita a loro spettante, prima di loro, e ora stanchi sono disposti, pronti, a cederlo, in una società umana nella quale i giovani non sono pronti a percorrere il loro tratto di strada, affiancandosi e poi sostituendosi a chi li ha preceduti nella vita, in questa società umana sono evidenti, drammatici, ineludibili, terrorizzanti i segni della involuzione e della fine imminente, con lo spettro terrifico della scomparsa di quella società stessa.

La società attuale, quella in cui viviamo e operiamo, corrisponde a questi scenari da fantascienza?

Spero sinceramente di no, e sono confortato in questo dall’esempio vivente di tanti giovani che conosco personalmente e che si adoperano, lottano, si fanno strada, si distinguono, si impegnano, si sacrificano, per conseguire i risultati che si sono prefissi, per realizzare i propri sogni e i propri ideali, per compiere il proprio dovere e per far progredire la società alla quale appartengono, ma se ci spostiamo da un piano strettamente personale e di osservazioni singole e ci collochiamo su un piano più ampio, statistico, di grandi numeri e di fenomeni di massa, allora purtroppo il discorso si fa meno ottimistico e positivo, anzi direi, purtroppo realisticamente pessimistico.

Alcuni fenomeni che riguardano i giovani di oggi, ovviamente non considerando singoli casi personali, ma osservando, per così dire, dall’alto, mi preoccupano grandemente e mi obbligano ad essere seriamente intimorito e timoroso per i tempi a venire e li enumero in successione, senza stabilire tra essi una gerarchia di importanza negativa: il pauroso, diffuso, incontestabile ed ineludibile abbassamento disastroso del livello di cultura medio, che non tiene conto, ovviamente, delle elite intellettuali, ma considera una media statistica, l’abbandono da parte di molti giovani diplomati, degli studi universitari, o addirittura la rinuncia a priori ad essi, considerati come un inutile parcheggio, privilegiando la ricerca di guadagni più facili e più immediati, la notevolissima, dilagante diffusione, tra la popolazione giovanile, di ogni specie di droga, già dalle fasce di età più precoci, il fenomeno dell’alcolismo giovanile, purtroppo ancora sottovalutato e sottostimato, il drammatico venir meno di valori ideali, specifici, nelle epoche passate, proprio delle popolazioni giovanili e la sostituzione di questi, con valori materiali e consumistici, la precocità di una vita sessuale completa, disgiunta, separata, deprivata di una compartecipazione affettiva indispensabile per una evoluzione verso una dimensione matura, cosciente e consapevole della sessualità, una tendenza sempre più evidente e sensibile alla omologazione, alla rassicurante adesione ad un modello comune, ad una moda di riferimento, con una conseguente, catastrofica nelle risultanze, rinuncia ad un proprio sviluppo individuale e alla realizzazione della propria personalità autonoma e di individuo pensante, la riluttanza ad abbandonare la casa dei propri genitori e il perpetuarsi, oltre i limiti fisiologici, di una eterna adolescenza, la drammatica, continua rinuncia, ad assumersi le proprie responsabilità in ogni ambito, la tendenza a rinunciare di fronte alle difficoltà, una notevole fragilità emotiva e incapacità a tollerare le frustrazioni.

Forse qualcuno mi rimprovererà di aver dipinto un quadro troppo oscuro e troppo pessimistico, ma purtroppo il mio punto di osservazione, come psichiatra, mi fornisce tali visioni e mi obbliga a tali conclusioni.

Ciò che più mi spaventa è il crollo verticale del livello medio di cultura e l’uso di droghe, anche quelle cosiddette e, a parer mio erroneamente, “leggere”, che leggere non sono proprio, che sulla scia di questo equivoco sono estremamente diffuse, che privano chi ne fa un uso abituale, di ogni volitività e determinazione, riducendolo in uno stato di apatia, abulia, anaffettività costante, privandolo di quella spinta vitale così caratteristica, proprio nei giovani e che poi si affievolisce nella età matura.

Va da sé che il venir meno della cultura e della spinta vitale, priva la gioventù della sua caratteristica più precipua e insostituibile, rendendola facilmente malleabile, dominabile, influenzabile, schiavizzabile.

Non dimenticherò mai la frase di un mai dimenticato Presidente degli USA, John Fitzgerald Kennedy, che in anni ormai remoti, e a proposito di questo fenomeno, evidentemente già sensibile e preoccupante, ebbe a dire che se fosse stato indotto ad arte, da una potenza straniera, si sarebbe dovuto considerare un atto di guerra.

Ma accolgo volentieri e riconosco giusta la critica di colui che mi rimprovera una scarsa obiettività, legata, involontariamente, alla deformazione professionale di essere uno psichiatra e di leggere conseguentemente la realtà sub specie patologica, e allora, seppur con difficoltà, mi spoglio dei miei panni di “medico della mente” e assumo, con una certa qual riluttanza e imbarazzo, quelli di osservatore neutrale e ingenuamente puro, una sorta di “turista per caso”, che capitato “per caso” nel nostro mondo, proveniente da una dimensione diversa, lo osservi con animo neutrale e senza alcuna idea precostituita, appuntandone gli aspetti salienti, per poi riferire a….da dove è venuto.

La giornata è propizia, trattandosi del 15 Agosto, giorno in cui scrivo, giornata di festa, ricorre, infatti, una importante festività religiosa cristiana, l’Assunzione della Madonna in cielo, almeno così è segnato sul calendario, anche se il nostro turista, appassionato di Storia, ricordasse vagamente di aver studiato trattarsi di una festa rigorosamente pagana, come attesta la stessa etimologia (feriae augusti-festa di agosto). A giudicare però dalle modalità dei festeggiamenti, si direbbe, annota il nostro turista, che la popolazione sia rimasta fedele al significato originario della festività, trascurando, o dimenticando, la reale natura religiosa della ricorrenza.

Strani risultati, involontari, di sovrapposizioni storiche.

Ma non perdiamoci in chiacchiere, o elucubrazioni inopportune.

Il nostro turista esce in istrada per incontrare qualcuno, per dialogare con qualcuno, per trarre lumi, ma le strade cittadine, di qualunque città si tratti, non importa quale, sono deserte, deserte e silenziose; uno scenario spettrale e direi lunare si para davanti agli occhi del nostro Amico. Sono morti tutti? E’ scoppiata una guerra atomica e sono morti tutti, rimanendo però intatti gli edifici, come ricorda di aver visto molti anni addietro in un film in bianco e nero? Forse addirittura ne ricorda il nome: “L’ultima spiaggia?

“Ma no, tranquillo”, sembra rassicurarlo l’annunciatore di una televisione, che mostra le immagini, consuete e abituali, almeno così sembra dal suo tono sereno, della Umanità intera in trasmigrazione, verso località più accoglienti e ridenti, che la attendono a braccia aperte e pronte a ristorarla dal lungo viaggio di spostamento, con ogni mezzo possibile e che a giudicare dalla loro bellezza naturale sembrano giustificare ampiamente le fatiche e i disagi del viaggio, intrapreso però e non si sa perché, da tutti contemporaneamente e simultaneamente, come ad un segnale convenuto e convenzionale.

Solo i termini usati dall’annunciatore lasciano perplesso il nostro ingenuo turista: ”Esodo”? Cui farà seguito a breve un “controesodo”? Già programmato e previsto? Il nostro amico è dubbioso e gli tornano alla mente termini di un lontano e mai dimenticato passato scolastico: “Anabasi” e poi “Catabasi” di un certo Senofonte, gli par di ricordare…ma non è più poi tanto sicuro.

Certo in questi massicci spostamenti, in queste trasmigrazioni di popoli, ogni tanto si verifica qualche incidente e qualcuno non raggiungerà mai la “terra promessa”, ma è un tributo comunque minimo da pagare al raggiungimento e conseguimento dei nostri ideali.

Certo anche in questi luoghi ameni qualche spiacevole inconveniente, seppur minimo si riscontra e si verifica, qualcuno inciampa cadendo e facendosi male, in montagna, qualcuno innamorato del mare, decide di rimanervi per sempre, qualche adolescente, scambiandola per acqua pura di sorgente, ingurgita un po’ in eccesso una bevanda dagli strani effetti esilaranti, venendosi involontariamente a trovare in una condizione spiacevole denominata ambiguamente “coma etilico”.

Certamente questi scapestrati adolescenti devono essere ricorsi a chissà quali arti magiche, per riuscire a sottrarsi al ferreo e rigido controllo dei genitori che vigilano e soprassiedono.

Il nostro amico però vuole essere al massimo documentato sul luogo e le abitudini del mondo che lo circonda e acquista un giornale, scoprendo con raccapriccio che tutti i cittadini, pudichi e dai rigidissimi costumi morali, sono giustamente sconcertati per i comportamenti un po’ leggeri e ingenuamente leggiadri del loro Capo il quale ha fatto ciò che a tutti loro sarebbe piaciuto fare, ma non hanno potuto, perché la rigida morale che possiedono glielo ha impedito.

Cosa importa se la disoccupazione avanza, se l’Economia è in crisi, se ci si ammazza l’un l’altro per futili motivi, se gli ospedali e le carceri scoppiano, se il morbo della influenza infuria e il pan ci manca, se i nostri figli non imparano più nulla a scuola?

Ciò che importa è che i comportamenti del Capo siano improntati alla più rigida e severa moralità. Prova ne sia che un autorevolissimo quotidiano della Capitale, continua da mesi a rivolgere al suddetto Capo, dalle pagine del giornale, dieci, semplici, elementari domande, alle quali sarebbe semplicissimo rispondere in pochissimi minuti, forse addirittura secondi, eppure nonostante i mesi di pedissequa ripetizione il Capo non risponde. Forse che non abbia compreso le domande? Forse sarebbe opportuno formularle in modo diverso?

E poi, sulle pagine dello stesso giornale, acquistato in una delle pochissime edicole aperte, in questa leggiadra giornata di festa, il nostro Turista casuale, scopre che dopo aver strenuamente lottato, neppur molto tempo addietro, contro Potenze straniere occupatrici e oppressive, per conquistare la propria indipendenza e soprattutto la tanto agognata Unità, per il conseguimento della quale tanti Patrioti, giovani e meno giovani, hanno versato il proprio sangue e donato la loro vita, ora l’Italia, stanca di essere Una e Indivisibile, vuole di nuovo spezzettarsi, frammentarsi e tornare allo status quo ante, quando un Personaggio importante, un tal Metternich, in quel di Vienna, nel non tanto lontano 1815, esprimendosi con spiccato accento tedesco ebbe a dire che “l’Italia nulla altro,è che una semplice realtà geografica”.

Per fortuna però si legge, sempre nello stesso giornale, che gli Italiani, si sono riconosciuti e hanno ritrovato il loro orgoglio nazionale, identificandosi in giovani e piacevoli ragazze, che in una bagnarola di pochi metri, hanno nuotato più velocemente, seppur di pochi centesimi di secondo, delle loro antagoniste straniere.

“Una piccola bracciata per una donna italiana, una grande conquista per l’Umanità”.

Come se non bastasse il nostro ingenuo turista scopre anche, con raccapriccio, che, dopo aver popolato per secoli la Terra, l’Uomo si accorge e si rende conto solo ora, quando il danno è fatto e forse irrimediabile, che egli sta stolidamente distruggendo quello stesso ambiente che gli dà la vita, autocondannandosi ad un lento ma inarrestabile suicidio ed autoeliminazione.

Per fortuna però, da altre parti ci provengono altre rassicuranti e confortanti certezze. Il Capo, infatti, di uno Stato estero, ma ospitato nel nostro territorio, Che gode di agganci e protezioni molto, molto in alto, ci assicura che il Male, purtuttavia, è tuttora esistente…e lascio a Lui la parola “I Lager tutti sono uno squarcio di inferno che si apre sulla terra e il nichilismo che produsse i Lager nazisti, è un pericolo ampio e diffuso ancora oggi. I Lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra, quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte”.

Parole chiare, nette, precise, lapidarie, ma anche sicure e rassicuranti, che contraddicono immediatamente ed inequivocabilmente, le basse insinuazioni di molti che furono vittime di quei lager nazisti e che, miracolosamente sopravvissuti, osarono dire invece, che era Dio ad aver dimenticato gli uomini”.

Lo stesso vale naturalmente per tutte le guerre che gli uomini hanno scatenato e combattuto tra loro, per Hiroshima e Nagasaki, per le violenze degli uni sugli altri, degli adulti sui bambini, e spesso proprio di quegli adulti che avrebbero, invece, dovuto prendersi cura di loro, ma anche per le malattie incurabili, per le sofferenze indicibili che esse comportano, tanto da far desiderare la morte a chi ne è affetto, per le epidemie, per le pestilenze, per l’AIDS, per il vaiolo che misero a serio repentaglio la sopravvivenza della umana specie. E’ tutta colpa nostra, mentre Dio ci ama.

Con questa rassicurante e consolante constatazione e certezza il nostro turista per caso ritiene di poter considerare ultimato il proprio viaggio esplorativo e conoscitivo della Vita sulla Terra e gli sovviene improvvisamente e imperantemente alla memoria il ricordo di uno degli ultimi libri che ha letto e che lo ha molto interessato “L’Origine delle Specie” di un certo Charles Darwin, di cui ricorre il centocinquantesimo anniversario della pubblicazione proprio ora.

In esso si sostiene che l’Uomo non è stato sempre presente sulla Terra, ma che è stato l’ultimo ad averla popolata, essendo stato preceduto da altre specie che si sono via via evolute e trasformate, secondo casuali cambiamenti, che lentamente e faticosamente hanno portato, per successive evoluzioni, alla comparsa della Specie umana, certamente l’ultima e la più complessa sulla scala evolutiva.

Ricorda di essersi commosso, guardando l’immagine disegnata del pesce, che esce dall’acqua e comincia a strisciare con fatica sulla terra, trasformandosi in anfibio, poi in rettile e in fine in mammifero, mentre ha invidiato agli uccelli la capacità di volare. Si è emozionato vedendo l’antenato dell’uomo attuale, assumere via via una posizione sempre più eretta e imparare a sorreggersi saldamente su due sole gambe, accendere il fuoco e fabbricare per sé utensili sempre più complessi.

Ha sentito parlare e ha compreso bene il significato di termini quali “lavoro e fatica della evoluzione” di “lento e complesso cammino evolutivo”, che ha portato, in fine, alla comparsa dell’essere umano sulla Terra, ultimo e più complesso prodotto di questa ma considerando tutto ciò che ha visto sugli esseri umani, quali sono ora, tutto ciò che su di loro ha scoperto e conosciuto, gli vien fatto di chiedersi, con sgomento: ”Ma ne valeva proprio la pena?”

 

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