La solitudine, unica e vera protagonista di questa storia precedente, solitudine del marito, della moglie e forse anche dei figliuoli, ciascuno membro di fatto ma non di diritto di questa “famigliola” composta di esistenze singole ed isolate e solo casualmente coincidenti mi richiama analogicamente alla memoria l’immagine di un’altra solitudine, ben più triste e tragica e vissuta in un contesto affatto differente, dipingendo nella mia mente un “quadro” di tinta e sfondi ben diversi che intitolerei:

Il panettone

Spesso in qualità di psichiatra sono chiamato a visitare dei pazienti anziani affetti da quella patologia che nei testi è descritta come depressione senile, ossia una condizione psicologica di depressione che assume delle caratteristiche particolari e peculiari, nelle persone anziane, e che invece la mia esperienza mi porta sempre più a considerare non come una patologia, ma come piuttosto una normale e naturale condizione psicologica di talune persone di età avanzata, che giunte in prossimità dell’inevitabile traguardo della vita, rinunciano a “correre” fino all’ultimo momento, e decidono, forse inconsapevolmente di ritirarsi in anticipo.

Ho visto spesso pazienti anziani morire dentro, di una morte interiore dell’anima, prima che pietosamente giungesse la morte fisica, con la inquietante e triste sensazione, per un medico di aiutare e spesso costringere queste vite a sopravvivere a se stesse. Mi ricorre alla mente, a questo proposito la frase di un personaggio in un romanzo di Sciascia: “quando la vita giunge ad un certo punto, non è più la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza”.

Che speranza e volontà di vivere possono avere infatti persone sole, da sempre, e a volte più dolorosamente da poco, per la morte del coniuge, sole perché i figli adulti hanno le loro vite e le loro famiglie dalle quali sono avulsi e estromessi, con un sentimento sgradevole di inutilità, che non è più compensato nemmeno da un lavoro, odiato forse prima, ed ora pateticamente rimpianto?

Quando ero un giovane medico inesperto ero sconcertato nell’assistere inerme ed impotente a queste morti “inspiegabili ed ineluttabili” di pazienti che lentamente si lasciavano morire semplicemente perché non volevano più vivere. Ed era l’esperienza, anche se giunge soccorritrice a farmi capire di più: non lenisce certo il mio sconforto ed il mio sconcerto quando vengo chiamato al capezzale di un paziente nel quale riconosco i segni inconfondibili di queste “malattie”.

E’ come se in queste esistenze l’orologio interno, psicologico della vita si fosse arrestato per esaurimento della carica e l’animo, deceduto, assistesse alla propria sopravvivenza inutile e dolorosa all’interno di un corpo fisico che la racchiude e la costringe.

“Il filo è spezzato e l’uccello è volato via” è l’epitaffio che Hermann Hesse volle scritto sulla tomba del padre.Con questi sentimenti e pensieri mi stavo recando ad un Pensionato per persone anziane ove spesso vengo chiamato a prestare la mia opera di Psichiatra a favore degli ospiti colà ricoverati.

Come al solito venni calorosamente accolto da Suor A., la suora infermiera, che con fare burbero e militaresco, ma con profondo affetto e dedizione sacrificale assiste i “suoi vecchietti” con in quali, da più di 40 anni, mi disse una volta, trascorre la sua vita.

Nata a Vienna, ad appena 20 anni ha indossato l’Abito monacale, che ora veste con orgoglio e fierezza come fosse una divisa; ed in realtà il rude accento germanico, con cui si esprime, il piglio marziale, il tono autoritario e  imperativo, lo sguardo severo e militaresco, si addirebbero più ad un ufficiale dell’Imperial Regio Esercito AustroUngarico dei tempi di Francesco Giuseppe, piuttosto che ad una Suora infermiera in rapporto con inermi vecchietti. All’inizio anche io mi sentivo intimorito ed in soggezione al cospetto di lei, che troneggiava su di me, dall’alto della sua statura fisica e della sua autorità morale, fino a quando non imparai a scoprire, con sorpresa e meraviglia, al di sotto di questa immagine esteriore, un animo delicatissimo, di gentile e romantica timidezza, accompagnata da una fede profonda, ed un dedizione e spirito di sacrificio ai limiti dell’umano.

Mi raccontò una volta della sua infanzia a Vienna, dei suoi genitori, dei suoi fratelli, del suo primo Amore, delle passeggiate con lui al Prater, e soprattutto dell’ultima passeggiata colà, quando, seduti su una panchina gli annunciò la sua intenzione di essere Suora.

Raccontandomi questo i suoi occhi si inumidirono ed una lacrima furtiva cominciò a discendere lungo il viso, ma il suo cammino vene bruscamente arrestato da una mano crudele che richiuse violentemente questa porta di accesso alla stanza dei ricordi, dei giochi, dei sentimenti, e costrinse di nuovo suor A. nella prigione della sua veste ufficiale.

Ma per un attimo uno spiraglio si era aperto ed io avevo visto, ed ora sapevo che dietro quel piglio burbero e severo si nascondeva un animo nobile e sensibile che aveva assunto la durezza come protezione e difesa da una delicatezza di sentimenti ritenuta pericolosa.

E con questa sua propria delicatezza suor A. mi raccontò la storia e la vita della paziente che quella sera mi accingevo a visitare, formulando e suggerendo già lei, tra le righe la diagnosi.

“E’ una persona completamente sola”, esordì, “non è sposata e non ha parenti, non viene mai nessuno a trovarla; è stata una grande pianista, ha tenuto tanti concerti ed ha suonato anche a Vienna, “la mia città”, racchiudendo in poche parole una vita di 85 anni, costringendola quasi in angusti schemi verbali, che sottintendevano però tante vicende, tante emozioni, forse anche drammi, ma soprattutto ora tanta tristezza e nostalgia. L’incontro con la Signorina fu dolcissimo e di una squisita delicatezza caratteristica di una educazione e costumi di altri tempi e si svolse nella sua stanza,

 

 

 

che faceva da inalienabile e coerente cornice alla sua persona. Essa era arredata con cura ma con dignitosa sobrietà, tipica di un ambiente borghese; unico dato lezioso: uno scialle a fiori con frangia abbandonato, per una apparente, ma studiata dimenticanza su una poltrona a dondolo. Tendine ricamate alle finestre ed una sopraccoperta, anche essa ricamata a mano, sul letto, conferivano all’ambiente un taglio personale: ma di veramente personale, in quella stanza, vi era un solo oggetto, sul quale cadde per ultimo il mio sguardo; esso era in un angolo, in ambra, quasi abbandonato, ricoperto per metà da un panno di velluto rosso sbiadito e, se fosse stato una persona, avrei letto in lui i segni di una malinconica tristezza; il pianoforte era infatti appoggiato contro il muro, lo spartito ancora sul leggio, ma uno spesso strato di polvere ero steso su di esso, quasi una nebbia solidificatasi, segno, non tanto di negligente noncuranza, quanto piuttosto di sofferta impossibilità, involontaria, a rispondere alle esigenze di una vita fattasi forse troppo difficile.

La signorina mi accolse con una dignitosa e sobria cortesia, propria degli anni e dell’ambiente culturale, mi invitò a sedere, e si comportò come se quella fosse la sua casa, e non una camera in un ricovero per persone anziane e sole: con aria di rammarico si scusò per non essere temporaneamente in grado di offrirmi un caffè, ma mi porse dei pasticcini che teneva racchiusi in una scatola di latta di altri tempi.

Io, dal canto mio, mi sforzai in tutti i modi, perché la mia presenza lì, apparisse come una visita di cortesia, forse di un ex allievo, alla sua professoressa e non piuttosto l’incontro professionale tra una paziente ed il suo medico: recitavamo ambedue una farsa, consapevoli di fingere, ma assecondando ambedue questa finzione quasi per accondiscendere al piacere dell’altro e non recare a lui un dolore; ma ben presto la finzione ebbe fine e la signorina, fattasi improvvisamente seria e con aria severa mi disse semplicemente: “dottore io voglio morire, sono sola e non ho più alcuna ragione per continuare a vivere; lei non può aiutarmi a morire, ma almeno non ostacoli il mio desiderio”.

Detto questo, quasi avesse ripreso la recitazione, per un attimo interrotta, si assoggettò di buon grado al rituale della visita a cui la sottoposi, ed alle domande di rito riguardo alla malattie di cui avesse sofferto, mi rispose con sottile e triste ironia: “Una sola, il pianoforte”. Avevo riconosciuto purtroppo fin dall’inizio i segni inequivocabili di quella “malattia mortale” che è la “stanchezza di vivere” accompagnata da quell’unico ultimo desiderio finale, e con scarsa anzi nella convinzione, conclusi tristemente l’inutile visita consegnando nella mani di suor A. che aveva assistito in silenzio, la famosa ricetta, atto conclusivo di grande importanza simbolica. Prescrissi dei farmaci, nei quali non credevo, con la netta, spiacevole e dolorosa sensazione di compiere una assurda violenza anzi quasi omicidio a rovescio, ma per me purtroppo, per altri per fortuna, il Giuramento di Ippocrate non permette al medico scelta.

Abbandonai quella stanza con un groppo in gola ed un grumo di sentimenti nell’animo, complessi e mescolati tra loro, ma tutti comunque spiacevoli: tristezza, dolore, impotenza, senso di inadeguatezza, ma soprattutto la strisciante, subdola sensazione di avere fatto qualcosa di male, di aver fallito il mio compito e dovere di medico, fingendo invece di adempierlo. Come concordato con suor A. tornai a rivedere la Signorina di lì a qualche giorno ed essendo molto prossimo il Natale, pensai di acquistare per lei un panettone, sperando di farle cosa gradita e ricordando solo in extremis di comprarne uno eguale per suor A. allo scopo di evitare inutili e spiacevoli gelosie.

Trovai la signorina a letto, le sue condizioni fisiche infatti non le permettevano di accogliermi in piedi, come la volta precedente e da buona padrona di casa si scusò con me di questa inadempienza. Alla vista del panettone, piccolo ed insignificante, inadeguato regalo, i suoi occhi si velarono di lacrime e con voce lieve ma distinta mi disse: “dottore, la ringrazio di cuore, questo è l’unico regalo di Natale che riceverò; le voglio bene”.

Il giorno di Natale ricevetti una telefonata di suor A. che mi annunciava che la signorina un’ora prima era morta ed in risposta al mio silenzio di dolore e tristezza aggiunse: “dottore, non soffra, è morta serena”.

Raggiunsi subito la casa di riposto per svolgere le formalità di rito che il decesso di ogni paziente richiede: neppure la morte può sottrarsi alla rigida, ottusa legge della burocrazia e quando entrai, assieme a suor A. nella camera che fino a due ore prima era stata la “casa” della Signorina i miei occhi corsero involontariamente al pianoforte nell’angolo, rimasto vedovo e solo, privato per sempre di Chi lo faceva vivere ogni giorno e sopra di esso, ancora avvolto nella carta come io lo avevo recato, il panettone.

Suor A. con una intuizione ed una sensibilità che non immaginavo ne speravo, lesse nel mio sguardo stupito ed interrogativo una domanda non posta e con una strana serenità rassicurante  nella voce soggiunse: “l’ha voluto conservare intatto per serbarlo come ricordo”.

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