La farmacista

 

 

Una mattina piovosa, mi sono recato, come ogni giovedì, ritualmente, nella mia farmacia di fiducia, per il consueto approvvigionamento di farmaci contro l’emicrania, dolce malinconia che mi accompagna, da quando ero bambino, eredità, assieme ad altri dolorosi aspetti caratteriali, di mia madre e che mi tiene viva la memoria di Lei, ogni qual volta provo l’acuto, insopportabile dolore al capo.

Mi ha accolto con il solito, accattivante, consueto sorriso la “mia farmacista” di fiducia, che senza neppur chiedermi di cosa avessi bisogno, si è diretta, con confortante sicurezza, verso l’antico scaffale di legno, memoria di tempi migliori, per questa affascinante e augusta professione, ridotta ora a modesto commercio di farmaci.

Per ingannare l’attesa, ho rivolto il mio sguardo attorno a me, affascinato ancora, come quando ero bambino, dalle molteplici e policrome scatole di farmaci, disposte in bell’ordine e secondo una logica alfabetica.

Grande è stato il mio stupore ed un acuto sconcerto, quando ho ravvisato tra queste…un moderno chewing gum…addirittura omeopatico.

La mente è subito corsa, alternativamente e conflittualmente alle infantili e modeste palline multicolori, della mia infanzia, allora dette, italianissimamente “gomme americane”, croce e delizia dei nostri genitori e alla più “seria” ed antica Medicina omeopatica, che richiama alla mente, provette ed alambicchi ed il fascino misterioso della mai tramontata Alchimia.

Alla mia farmacista, ormai ritornata, con il suo carico di “moderne” medicine allopatiche, ho rivolto ironicamente e sorridendo, non solo metaforicamente sotto i baffi, la domanda che mi assillava impetuosamente, dal momento della scoperta:”ma esiste addirittura un chewing gum omeopatico e lo vendete in questa seria e vetusta farmacia?”

Per nulla turbata dalla mia sottile ironia, la mia interlocutrice, avvolta in un rigoroso camice bianco old style, con tanto di distintivo dell’Ordine dei Farmacisti, appuntato sul petto, e che tanta invidia a me medico, orbo di analogo distintivo da appuntare sulla giacca, suscita, mi ha risposto con una serietà grave, che ha spento in me ogni velleità ironica, sprofondandomi in un baratro di solitaria disperazione, mista a sconcertato stupore: “certo” -soggiungendo con aria sottilmente disturbata-“immagino evidentemente che lei non creda all’omeopatia” –aggiungendo, ma non era necessario- “io invece ci credo fermamente”.

Un po’ piccato da tanta protervia, ma anche stupito per questa malcelata aggressività che non conoscevo in Lei, mi sono imbarcato in una noiosa e puntigliosa, polemica spiegazione linguistica asserendo che il termine “credo” non si addice ad una disciplina scientifica, alla quale non si “crede” per fede, ma che si afferma per la evidenza delle prove. L’aver usato, incautamente il termine “credo” dimostrerebbe inequivocabilmente, tradendosi senza accorgersene che, anche per Lei, la Medicina omeopatica, come penso anche io fermamente, non è Scienza, ma piuttosto una fede che si abbraccia acriticamente e senza prove, destituita essa come è di ogni validità e attendibilità scientifica.

Colpita dalla mia logica e psico-logica argomentazione, degna di uno psicoanalista freudiano, ma forse anche per tagliar corto, essendosi resa conto che altri clienti attendevano di essere serviti, la severa farmacista, con aria annoiata e di superiore sufficienza, mi ha apostrofato, sollevando leggermente il sopracciglio sinistro, in segno di disgusto: “Dotto’, bisogna pur credere a qualcosa…”

 

 

 

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